SALA GIANDOMENICO

biografia

Giandomenico Sala probabilmente nacque nel 1579 e il suo cenotafio indica una vita lunga sessantacinque anni di cui trentatré, a dispetto di Gonzati che ne indicò tre in più (Gonzati 1853), passati a insegnare medicina nell’Università di Padova (Vedova 1836). Angelo Portenari che scrisse negli anni venti del Seicento lo immortalò come uno dei galenici più famosi della città (Portenari 1622), docente al primo luogo di medicina «teorica estraordinaria e ha composto un libro intitolato Ars Medica» poi ristampato più volte e inoltre fu ricercato per le sue cure dai patrizi veneti e del doge stesso (Imperiali 1640). I suoi scritti sono elencati da Vedova (Vedova 1836) e spesso trattano delle ricadute sociali che la buona medicina ha sull’intera comunità; ispirandosi ad una certa tradizione padovana scrisse un trattato sui benefici della buona alimentazione con tanto di ricette annesse e almeno tre titoli, riportati sempre da Vedova hanno roboanti e accattivanti titolazioni: Preservazione dalla peste, Cura della peste scritta con lingua e rimedj volgari acciò possa essere intesa ed eseguita da ognuno e ancora Medicamento sicuro per guarire il presente mal contagioso. Questi volumi vennero pubblicati durante la terribile epidemia del 1630-1631 in cui trovò la morte un cittadino ogni tre e tra loro almeno diciannove professori dello Studio (Gullino 2009). In quel secolo di grandi cambiamenti, scontri, e sperimentazioni per la scienza europea e in cui anche in virtù della scoperta del dotto pancreatico effettuata a Padova da Wirsung, il mondo della medicina sarebbe lentamente e inesorabilmente cambiato (Ongaro 2010), Giandomenico, il Principe dei medici -così lo appellò il collega letterato Ottavio Ferrari- ancora appartenente a generazioni adese a dottrine classiche e medievali inventò un efficace motto per definire la materia che insegnava «medicina est ars illudendi Mundum et a qua totus Mundus delusus est» ( Bertini 1699 ). Una massima poi riarrangiata da Raffaello Carrara, collega a lui contemporaneo che aveva ugualmente colto gli inganni delle antiche prassi, in «arte da minchionar il mondo intero» (Carrara 1653). Sala fu in grande amicizia con la famiglia Zabarella tanto che da Bonifacio, fratello del filosofo e professore Giacomo, ricevette in eredità un grande armadio in noce con mirabilia e una collezione di simplici minerali, da intendersi probabilmente sia come pietre che come fossili, visto e descritto dal viaggiatore Franz Schott. Oltre a questo, nel palazzo di famiglia affacciato sulla chiesa di San Lorenzo, Sala teneva una notevole collezione di bronzi, sculture, libri, pitture e medaglie (Scoto 1672). Giandomenico ebbe due figli Francesco e Giacomo che curarono l’erezione del suo cenotafio nella basilica del Santo, e l’apparecchiatura della sepoltura nella demolita chiesa di San Lorenzo.

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cronologia

tipologia tomba

posizione nell'edificio

Primo pilastro di destra, rivolto verso l’abside.

matriali e tecniche

Marmo nero, marmo bianco, marmo giallo di Verona, stucco, bronzo.

iscrizioni

stato di conservazione

note storico-critiche

Il primo monumento completamente e apertamente barocco della basilica del Santo (De Vincenti, Guerriero 2021) e che Gonzati indica tanto splendido di marmi quanto povero di inventiva (Gonzati 1853), porta nel contratto per l’erezione la firma dell’artista trentino Matteo Carneri. Committenti dell’opera furono i figli del defunto Giacomo e Francesco Sala (Rigoni 1970). Non compare una data di stesura, ma come spesso accade sono riportati i giorni dei saldi effettuati a favore dell’autore da cui si intuisce che l’opera era già iniziata il 14 gennaio 1644 – che diviene 1645 per via del conteggio di inizio anno alla veneziana – e si protrasse fino al 12 giugno 1648, giorno in cui Andrea Carneri ritirò l’ultima somma a nome del padre. Minuziosamente pianificata attraverso liste dei materiali da impiegare, descrizioni e disegni, l’opera costò ai Sala settecento ducati sui preventivati settecento quarantacinque. Le diverse tipologie di marmo, il gesso e la calce, il bronzo per gli inserti, sarebbero giunti a Venezia, allora residenza di Carneri, che si impegnò anche ad assumere un tagliapietre locale, mantenuto a sue spese, il cui compito era realizzare i vari elementi di ancoraggio tra le parti e la saggiatura delle pietre. Si è cercato di trovare in questa figura di collaboratore la presenza di uno scultore della famiglia Allio, Matteo o Tommaso, presenti al Santo dal 1648 assieme al trentino (Semenzato 1984; Molteni 1999). Rimane tuttavia una congettura non suffragata da fonti, dati archivistici, né dall’esame stilistico degli studi più recenti (De Vincenti, Guerrieri 2021). Il monumento, sorta di quinta barocca addossata a parete consta di una parte inferiore recante in posizione centrale l’insegna del defunto in cartouche, al di sopra l’iscrizione dedicatoria dettata da Ottavio Ferrari (Gonzati 1853) e scolpita in lettere dorate su pietra di paragone funge da base per il sarcofago in pietra nera del Friuli (Rigoni 1970). Su questo elemento s’erge il ritratto a mezzobusto di Giandomenico. Un uomo ritto con petto pronunciato, un viso ben nutrito in cui baffi e pizzetto, curati e alla moda, incorniciano le labbra. Un portamento sicuro e trionfale tradito però dagli anni che solcano gli occhi, segnano la fronte e rendono impercettibile il collo. La chioma dai capelli leggermente mossi si allunga fino alle spalle dove i boccoli si gonfiano e cadono sul colletto piatto della sopravveste. Un abito gentilizio, ma non eccessivamente elaborato, con inserto in pelliccia che corre verticalmente lungo la chiusura della giubba. Questo lento volgere del corpo verso sinistra, il contegno e la definizione dei tratti, potrebbero aver ispirato l’incisione con le fattezze del defunto firmata da Giovanni Georgi e stampata a Padova per il Cadorin con dedicata ai figli del defunto. Ben ponderata la scelta dei marmi con un contrasto cromatico tra la pietra nera friulana, quella di paragone, il busto in marmo bianco e la parete di fondo in zalon da Verona. Alla stessa altezza del sepolcro, si collocano sui due lati opposti le figure del Tempo e della Fama, questa volta create con la tecnica dello stucco forte; il Tempo in particolare è una barba tondetta e riccia dagli zigomi appuntiti, ben confrontabile con gli stessi tipi realizzati dal Carneo, sempre in basilica, per i prigioni del monumento Pio Capodilista successivo alla prova per Giandomenico di un decennio. Corona e domina il cenotafio un teschio incappucciato e alato dal quale si svolgono lateralmente le cortine che, ben fissate alle estremità da clipei, permettendo il disvelamento dell’intera opera.

bibliografia

Angelo Portenari, Della felicità di Padova, Pietro Paolo Tozzi, Padova 1623, p. 251; Ioanni Imperiali Musaeum historicum et physicum, apud Juntas, Venezia 1640, p. 207; Raffaello Carrara, Le confusioni de Medici, Giovanni Pietro Cardi, Milano 1653, pp. 109-110; Francesco Scoto, Itinerario d’Italia o vero nova descrittione de’viaggi principali d’Italia, per Matteo Cadorin, Padova 1672, p. 25; Anton Francesco Bertini , La medicina difesa dalle calunnie degli uomini volgari e dalle opposizioni de’ dotti, Marescandoli, Lucca 1699, p. 108; Nicolai Comneni Papadopoli Historia Gymnasii Patavini, Voll. II, Sebastiano Coletti, Venezia 1726, vol. I, p. 364 ; Giuseppe Vedova, Biografia degli scrittori Padovani, Tipografia della Minerva, Voll. II, Padova 1832- 1836, vol. II, pp.190-193; Bernardo Gonzati, La Basilica di S. Antonio di Padova descritta ed illustrata, Voll. II, Coi tipi di Antonio Bianchi, Padova 1852-1853, vol. II, p. 271; Erice Rigoni, L’arte rinascimentale in Padova. Studi e documenti, Editrice Antenore, Padova 1970, pp. 339-347 Francesco Cessi, Mattia Carneri, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 1977, vol. 20, 462- 464; Camillo Semenzato, Il secolo XVII: tombe e cenotafi in Le sculture del Santo di Padova a cura di Giovanni Lorenzoni, Neri Pozza Editore, Vicenza 1984, pp. 173- 192: pp. 177-178; Elisabetta Molteni, Garvo Allio Matteo, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 1999, vol. 52, pp. 405-409; Giuseppe Gullino a cura di, Storia di Padova dall’antichità all’età contemporanea, Cierre edizioni, Verona 2009, p. 214; Giuseppe Ongaro, Wirsung a Padova, 1629-1643, Antilla, Treviso 2010 ; Monica De Vincenti, Simone Guerriero, Monumenti sepolcrali del Seicento, in La pontificia basilica di Sant’Antonio in Padova, a cura di Luciano Bertazzo, Girolamo Zampieri, L’Erma di Bretschneider, Roma 2021, pp. 1397-1458: pp. 1406-1410.

autore scheda

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