RUFFINONI PERLANZA GIOVANNI detto CALFURNIO

biografia

Giovanni Perlanza o Planza (Piovan 2015; Valtorta 2017), nacque intorno al 1443 a Bordogna, nel territorio bergamasco della Val Brembana, suo padre fu Guglielmo Planza de Ruffinonibus mentre la madre rimane sconosciuta. All’età di diciassette anni si trasferì a Brescia per completare il suo ciclo di studi e gli venne affibbiato il nome di Calfurnio brixiensis che tenne per tutta la vita. Spostatosi a Vicenza per seguire i corsi di Ognibene di Bonisoli, è sicuramente a Bologna entro il 1473 dove rimase per due anni e fondò una scuola. I contatti con le città venete però non si interruppero e anzi dal 1474 al 1481 curò edizioni a stampa dei classici latini – Ovidio, Terenzio, Virgilio commentato da Servio, Catullo- di autori greci e di suoi  contemporanei con importanti torchi veneziani e vicentini; Calfurnio fu probabilmente compositore di satire e commedie seppur non pervenute, mentre certamente scrisse un carme dal titolo abbastanza esplicativo Mors et apotheosis Simonis infantis novi martyris riguardante appunto la vicenda di Simone di Andrea Lomferdorm, bambino ritrovato morto pochi giorni dopo la Pasqua del 1475 e per il cui decesso fu fanaticamente incolpata e atrocemente colpita la piccola comunità ebraica trentina. Oltre al lavoro critico, filologico e alla mansione di precettore, Calfurnio tentò di conquistare la cattedra di retorica latina dello Studio padovano una prima volta nel 1482, ma fu respinto in favore di Raffaele Regio. Vi riprovò nel 1486 e questa volta con successo reggendo poi lo scranno per diciassette anni fino ai primi giorni del 1503, quando colpito da paralisi, in poche settimane morì (Carrington 1996). La collezione di oltre duecento volumi che formavano la sua biblioteca, venne inventariata dal discepolo Benedetto da Caravaggio e donata al monastero di San Giovanni da Verdara come già aveva fatto Modesto di Sicco Polenton e molteplici umanisti e professori prima di lui.

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cronologia

tipologia tomba

posizione nell'edificio

Chiostro del Noviziato, lato ovest.

provenienza

Padova, chiesa di San Giovanni di Verdara, navata di destra.

matriali e tecniche

Pietra di Nanto, inserti in marmo, tracce di pittura e doratura.

iscrizioni

stato di conservazione

note storico-critiche

Il sepolcro di Giovanni Calfurnio, o meglio il suo ritratto, è indicato per la prima volta dallo Scardeone (Scardeone 1560) come realizzato prima della morte del docente da Antonio Minelli ed è ben plausibile, vista anche la lunga malattia che afflisse questo illustre umanista, che l’artista abbia tratto una maschera precedentemente al suo decesso; è anche testimoniato in prima persona dal letterato e scultore Pomponio Gaurico nel suo trattato De Sculptura, l’aver cavato un ritratto di questo docente (Siracusano 2003), a segnalare insomma la dimestichezza dell’uomo con artisti e scultori coevi. L’assegnazione dell’opera ad Antonio Minelli, da un punto di vista stilistico, trova concorde la critica e una delle poche eccezioni è mossa da Schulz che ha ipotizzato, per via del modulo così attardato nelle forme quattrocentesche, un’assegnazione al padre di Antonio: Giovanni. Il monumento consta di un’alta base tripartita a cui partecipano una zoccolatura con gradino modanato e un importante piedistallo. Nell’economia dell’opera questa struttura occupa circa un quarto dell’altezza totale del monumento; più aggettanti e rilevati gli elementi nella fascia centrale dove, a mezza altezza, è inserito un clipeo dalla cornice originariamente dorata. Al di sopra due targhe dedicatorie gravemente esfoliate incise in lingua greca e latina fungono da stilobate per paraste rudentate con capitello ionico. Punto focale, l’effige del docente scolpito di tre quarti che, nel trasporto della lezione, con la mano sinistra segna un passo del libro aperto su leggio, mentre con la mano destra ben aperta verso l’uditorio, accompagna la declamazione. La balaustra da cui sporge è in realtà uno stipetto dalle ante schiuse che lasciano intravedere diversi libri posti di piatto uno sull’altro. L’abito indossato da Calfurnio lo caratterizza come docente ed è la medesima toga individuabile in tutti i monumenti affini; si può inoltre notare il capo cinto da una corona di alloro dipinta, un tempo, dai riflessi dorati, sopra la cuffia da cui scendono a ciocche i fluenti capelli ricci. Solo nel 2004, grazie all’intervento di restauro partecipato dalla Soprintendenza, dall’Istituto Veneto per i Beni Culturali e dell’Università di Padova, questa zona è stata mondata permettendo così di svelare la presenza di pigmentazione rossa, di doratura su libri e in diverse parti dell’opera (Spiazzi, Fassina 2009). Si può azzardare che la resa qualitativa e l’effetto totale che l’opera doveva suscitare poteva far rassomigliare questo tributo scultoreo agli affreschi degli uomini illustri presenti nella biblioteca del monastero (Bonaccorsi 2016). Tra i lacerti pittorici oggi ben evidenti va annoverato anche quello che corre lungo la piattabanda con funzione di soffitto sopra il capo del cattedratico. Il bell’effetto percettivo tra alto e bassorilievo, tra piani prospettici dati da ante-scranno-nicchia, tra gli elementi rilevati e quelli che dovevano essere solo dipinti verrà riutilizzato in una soluzione simile dagli artisti della famiglia Grandi proprio qui in basilica nei monumenti Trombetta, Ardeo e De Rossi. L’unico elemento fortemente aggettante del complesso è l’arco a tutto sesto con intradosso cassettonato e volto decorato da due cornici di cui quella verso l’interno è trattata con ovuli e fusaroli, quella verso l’esterno dispone foglioline d’acanto. L’imposta dell’arco pensile consta di due modiglioni fogliati immediatamente al di sopra dei capitelli mentre la lunetta al di sotto risulta spoglia e non sembra essere stata analizzata nell’ultima campagna di restauri. Proprio come nel monumento Roselli del maestro Pietro Lombardo, dalla zona apicale e poi a scendere lateralmente nelle immediate parti esterne dell’architettura abitata, fa bella mostra di sé un festone scolpito appeso ad anelli che, cascando verso il basso ripete una fantasia di frutti e fiori, terminando poi con un pavese a due campi con imprese di non facile interpretazione. Perimetrano lo spazio scolpito da Antonio Minelli due lesene contenenti ciascuna tre tondi in marmo bianco dalle venature nere; la struttura regge una trabeazione classica con modanatura a dentelli nella parte inferiore e cornice superiore ben più sviluppata (Siracusano 2021). Chiudono e coronano la sommità due cornucopie fiammeggianti e simmetriche attorno ad un ultimo clipeo. L’iconografia del cattedratico di profilo che recita dal suo scranno è motivo celebrativo copioso in città in questo secolo, ma come indica Siracusano sembra che un modello specifico per l’opera intitolata a Giovanni Calfurnio sia la xilografia con il ritratto di Pietro da Montagnana presente nella seconda edizione del Fasciculus Medicinae firmato da Giovanni da Ketham, professore e anatomista, stampato da Gregorio e Giovanni de Gregori a Venezia nel 1494 (Siracusano 2013). La tomba era originariamente posta nella prima campata della chiesa di San Giovanni di Verdara, tra il primo e il secondo altare di destra e li era ancora segnalata da Pietro Selvatico nel 1869. Davanti a questo sepolcro si trovava quella dell’illustre allievo e professore Lazzaro Bonamico (Selvatico 1869) realizzata da Danese Cattaneo e che folgorerà artisti e committenti padovani nel secondo Cinquecento. Con la soppressione dell’ordine dei Lateranensi e il mutamento nell’utilizzo della chiesa venne deciso, nel 1871, di spostarla assieme ad altre memorie nella basilica del Santo. In questo ricollocamento non è stata trasportata la parte terragna della tomba con iscrizione Donec in carne Deum videam. Da un punto di vista conservativo il cambiamento di sede, da luogo chiuso a quello aperto seppur parzialmente riparato, ha causato un grave deterioramento della pietra, facilmente aggredibile da agenti atmosferici e particolato, come aveva segnalato già nel 1984 Lorenzoni (Lorenzoni 1984). Oltre a questi accidenti, l’intervento conservativo e restaurativo effettuato nel 2004 (Fassina, Spiazzi 2009) ha messo in luce i diversi consolidamenti nefasti succedutisi a partire dai primi decenni del secolo scorso.

bibliografia

Bernardinii Scardeonii De antiquitate urbis patavii et claribus civis patavini, ex officina Nicolai Episcopii iunioris, Basilea 1560, p. 431; Pietro Selvatico, Guida di Padova e dei principali suoi contorni, Tipografia e libreria editrice F. Sacchetto, Padova 1869, p. 165; Vittorio Cian, Un umanista bergamasco del Rinascimento, Giovanni Calfurnio, in «Archivio storico lombardo», XXXVII (1910), pp. 221-248; Giovanni Lorenzoni, Un possibile percorso tra le sculture, in Le sculture del Santo di Padova, a cura di Giovanni Lorenzoni Neri Pozza Editore, Vicenza 1984, pp. 219-231: p. 229; Marco Pizzo, Il Monumento a Giovanni Calfurnio e quello di Pietro Canonici: una possibile relazione, in «Il Santo», XXXII (1992), fasc. I, pp. 101-107; Jill Emill Carrington, Sculpted tombs of the professors of the University of Padua c. 1353 c. 1557, Art dissertation, Syracuse University 1996, pp. 268-272; Vasco Fassina, Anna Maria Spiazzi a cura di, I monumenti funerari nei chiostri della Basilica antoniana in Padova. Indagini e ricerche per la conservazione, Il Prato, 2009 Padova; Luca Siracusano, Scultura a Padova 1540- 1620 circa, Monumenti e ritratti, XXVI ciclo della scuola di dottorato in Studi umanistici dell’Università degli studi di Trento, supervisore Professore Andrea Bacchi, Trento 2013, pp. 13-18, 23, 41; Francesco Piovan, Calfurnio Giovanni, in Clariores. Dizionario biografico dei docenti e degli studenti dell’Università di Padova, Padova University press, Crocetta del Montello 2015, pp. 77-78; Chiara Bonaccorsi, Nuove ricerche su San Giovanni di Verdara in Padova: il vescovo Pietro Barozzi e la bottega di Pierantonio Degli Abati, in «Prospettiva», (2016), 163-164. pp.98-109; Benedetta Valtorta, Ruffinoni Giovanni Perlanza detto Calfurnio, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 2017, vol. 89, pp. 122-124; Luca Siracusano, Patria dalla quale sono usciti tanti scultori eccellentissimi. Dopo Donatello fino alla fine del Cinquecento in La pontificia basilica di Sant’Antonio in Padova, a cura di Luciano Bertazzo, Girolamo Zampieri, L’Erma di Bretschneider, Roma 2021, pp. 1071-1153: pp. 1103-1107.

autore scheda

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